Ognuno di noi vive immerso in bolle mediatiche. Non parliamo solo dell’algoritmo che ci sommerge di contenuti su misura, alimentando una bulimia informativa senza sostanza. Il vero recinto è più grande, più insidioso: una cortina di ferro digitale che censura la responsabilità umana nei dati e nell’IA. Un firewall ideologico, un muro invisibile che separa fazioni contrapposte. Ogni bolla si nutre della propria verità assoluta, convinta di essere nel giusto, sorda a ogni prospettiva diversa. A volte, però, qualcosa si incrina. Una crepa lascia filtrare il mondo esterno. E in quell’istante, la realtà sfugge al controllo. E l’universo saldo e conchiuso comincia a vacillare. Questo è l’effetto che si prova quando si legge People and Data di Thomas C. Redman edito da Kogan.
L'autore fin dai primi capitoli con professionalità ci porta alla realtà nuda e cruda del ruolo che hanno le persone oggi quando si parla di innovazione. A partire dall'area manageriale e dalla confusione che persiste a proposito di ruoli in ambito dati, tecnologia e ICT oggi, così come i silos organizzativi, l'assenza nelle PMI di una cultura organizzativa che sappia valorizzare i dati o in alternativa le decisioni basate (realmente) sui dati. Ed è qui che Redman scende in profondità e dimostra come una migliore cultura organizzativa porta una diretta e migliore organizzazione dei dati, qualità del dato, basata su una responsabilità distribuita di "data citizenship" e transizione ad un miglioramento continuo del proprio lavoro in termini di performance. Dal macro al micro.
Tutte le strade passano per la qualità
I dati servono. Ce lo sentiamo ripetere ogni giorno. Per questo motivo che ci piaccia o meno, le aziende devono cambiare approccio per far fronte radicalmente i problemi che intaccano la qualità dei dati. Tra i tantissimi elementi a fare fronte che l'autore evidenzia, troviamo la necessità di avere un linguaggio comune tra i team e tra reparti, oppure la separazione che deve esserci tra la gestione dei dati e la gestione delle tecnologie e via via così, per non dimenticare il fatto più evidente: la necessità di creare e mantenere un "data team". Il riferimento non è a nuovo personale ma a nuovi ruoli: data analyst officer, data entrepreneur, data developer, data defender, ecc. ecc.
People and Data è un'opera oggettivamente corretta perché ci porta a comprendere un concetto molto semplice: l'IA non è un'opportunità fino a quando non comprendiamo l'importanza dei dati con cui la possiamo alimentare.
Fondamentale rimane andare più in profondità, ricordando il vecchio adagio secondo cui è solo quando si crede di aver capito che è bene mettere in discussione ciò che si pensa.
Il futuro è già qui, ed è contraddistinto da una condizione peculiare. Il funzionamento degli strumenti sfruttati quotidianamente è paradossalmente incomprensibile per gli stessi che vivono grazie a loro e i dati ne stanno alla base.